20 giorni di Edimburgo

Sono passati esattamente 20 giorni da quando abbiamo preso l’aereo da Bologna, per Edimburgo.

La mia dolce metà è tornata in Italia, due giorni fa, mentre io sono ancora qui in terra scozzese, cercando di raccapezzarmi e sistemare la mia vita pian piano.

Ho trovato lavoro 72 ore dopo essere arrivata: ho mandato due cv e mi hanno chiamata per entrambe le posizioni, ho accettato quella che si adattava di più alle mie necessità. sebbene lo stipendio sia leggermente inferiore (ma sono 30 ore invece che 40 alla settimana). Sarebbe bello se questa libertà ci fosse concessa anche in Italia.
Magari è così anche in terra natìa, però quando cercavo lavoro lì ho sempre avuto la sensazione di dover elemosinare un contratto e di dover accettare qualsiasi cosa mi arrivasse, perché “devo pur cominciare da qualche parte” e qualsiasi cosa è meglio che niente.

Ora sto cercando casa, e questo per ora è lo scoglio più difficile. I prezzi nel settore immobiliare a Edimburgo sono estremamente elevati, diciamo nella norma milanese (ma anche Firenze ci si avvicina) e infatti per ora probabilmente opterò per un affitto in condivisione, sebbene desideri da tanto tempo di sentirmi indipendente e avere uno spazio solo mio,  da sistemare e rendere accogliente per quando anche Mattia tornerà qui. La coinquilina con cui probabilmente mi troverò comunque non è male, avrei tanto voluto condividere casa con una persona così durante gli anni universitari.

Forse la scelta di stabilirmi ad Edimburgo è stata affrettata, non ho valutato tanti piccoli aspetti che avrebbero influito sulla vita quotidiana, troppo presa dall’attesa spasmodica di un risultato dalla Napier, e dal bisogno di cambiare aria e vita. La Napier intanto non mi ha risposto, e ora sono qui, da sola, ancora in un ostello e piena di dubbi, domande e paure.

Ho fatto la cosa giusta? Ho scelto il posto giusto? Ho messo a rischio tutto per qualcosa di buono? Solo il tempo saprà darmi una risposta e intanto, come al solito, la mia testa carica di pensieri non riposa un attimo e le domande si susseguono una dopo l’altra, sempre frenetiche, senza pace.

Troverò mai davvero un posto che mi faccia pensare “qui è dove voglio essere, qui mi sento in pace”? O un’idea, un progetto, che mi facciano capire che la strada è quella giusta?

E non pensavo l’avrei mai detto, ma mi manca l’Italia. O forse più avere gli affetti vicini, una certa sicurezza di avere un’uscita di emergenza vicino, un cuscino morbido su cui atterrare se fossi caduta, la mia famiglia, le mie certezze.

Intanto fuori è buio, il freddo si fa sempre più pungente e non vedo l’ora che arrivi la neve, a distrarmi un po’.

 

 

 

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Ready.Steady.Go!

Oggi è il gran giorno.
Tra dodici ore saremo su un aereo alla volta di Edinbra, nei miei progetti si spera per un bel periodo.

In questo mese ho provato emozioni di ogni tipo al riguardo, da grande entusiasmo ed eccitazione, ad un’atavica paura che ancora mi attanaglia. Sto facendo la cosa giusta? Ce la farò, funzionerà? Quanto influirà questa cosa sulla mia relazione?
La mia dolce metà non è molto esterofila, nonostante mi sostenga e mi sproni, c’è il 50% di possibilità che ritorni in Italia a fine Novembre. Forse anche questo mi ha fatta vacillare, perché ho raggiunto quel momento dove, nonostante il vulcano di sogni e progetti che mi scuote da dentro, vorrei iniziare a essere più stabile, costruire qualcosa, sentirmi adulta.

Vedremo, intanto ci attendono 18 giorni insieme in Scozia, che è sempre stata la protagonista del mio “sogno americano”, o sogno britannico, per meglio dire.
Spero che conquisterà anche lui, e se così non sarà decideremo come affrontare il mondo.

Ho un po’ timore dell’ignoto, e l’ansia stanotte non mi ha fatto dormire.

Incrociate le dita per me.

 

 

 

La quiete non fa per me

La quiete non fa per me, le decisioni semplici neanche.

Ho passato gli ultimi mesi a girare come una trottola tra una decisione e l’altra, pensando a dove provare a mettere radici, a cosa fare, a che progetti inseguire.

A Firenze non mi hanno presa per la magistrale, mi mancano dei crediti e dovrei darli come corso singolo prima di potermi immatricolare.

A Pisa hanno rimesso la magistrale che mi interessa ma intanto ho perso tre settimane di lezioni lavorando a tempo pieno, e solo l’idea di tornarci mi faceva venire il magone.

Ho mandato una domanda d’iscrizione anche a Padova e Bologna e dopo un mese ancora tutto tace.

Ero così in balia del caso da sentirmi girare la testa, avevo lasciato le decisioni in mano alla vita, senza davvero prenderne una.

Poi è successo di nuovo, il tarlo che si pianta nel cervello.

Girellando su internet ho visto che alla Napier c’erano corsi in partenza a gennaio, ho mandato l’application per curiosità e in tre giorni mi hanno risposto, spiegandomi che documenti servissero loro e come mandarli. Tre giorni.

Ora Pisa mi mette i bastoni tra le ruote per recuperare alcuni di questi documenti, ma ho avuto una scossa e in una settimana mi sono mossa per fare il passaporto, iscrivermi al primo esame IELTS disponibile e riscrivere in inglese il mio CV e il profilo LinkedIn. Ieri la mia dolce metà me lo ha fatto notare, si vede palesemente che io qui in Italia non voglio rimanerci.

E ha ragione, non posso farci nulla. Ma ho una paura gigantesca del futuro, enorme. Non decido di provarci a cuor leggero, sono terrorizzata da tutto quello che potrebbe andare storto e anche dall’incertezza.

Però abbiamo i biglietti. Abbiamo un alloggio, delle idee, estrema incoscienza e voglia di provarci.

Tra un mese saremo su un aereo per Edimburgo, incrociate le dita per noi.

Quotidianità & Cambiamenti

Quattro mesi fa ero ancora in Scozia, mi apprestavo a visitare Edimburgo ed ero convinta che mi sarei laureata a fine maggio per poi ripartire per le Highlands altri quattro mesi.

È cambiato tutto, nel frattempo. Mi sono laureata una settimana fa, il 17 luglio. La tesi è stata rimandata e non sono più potuta partire per la stagione estiva.

È andata bene, 107 su 110, non me lo aspettavo. Non mi sento diversa, forse solo un po’ più leggera, sicuramente con più tempo libero. Tempo libero che ho riempito (pure troppo) con il lavoro.

Da metà giugno lavoro in hotel, come receptionist. È un lavoro full time, mi permetterà di mettere abbastanza soldini da parte e di fare esperienza, ma so che non è il lavoro della mia vita. A volte tentenno, mi pesa, ma tiro avanti perché ho preso un impegno e lo voglio portare a termine. A fine contratto poi si vedrà.

Ero convinta fino all’altro ieri che avrei cominciato la magistrale a settembre, a Firenze. Mi stavo adattando ed abituando all’idea di costruire qualcosa in italia, appendere per un po’ al chiodo le alette da viaggiatrice e le speranze di emigrare. Si cercava una casa con un contratto normale, una macchinina scassata per andare a lavoro, insomma, una vita da giovani adulti come tanti altri, una prospettiva alla fine non così terribile, ma di sicuro diversissima dalle mie aspettative.

E poi le cose sono cambiate di nuovo. Un tarlo mi si è ripiantato nel cervello, in seguito a qualche discorso, discussioni sul futuro, paura della precarietà e di quello che faremo. Ed eccomi a spulciare avidamente tabelle di voli, orari, informazioni per portare i gatti all’estero, programmi universitari stranieri. È presto per dire qualsiasi cosa, ma c’è una piccola, piccolissima parte di me che è già là con la testa, di nuovo in Scozia, o chissà in quale altro posto.

Per ora l’unica certezza che ho è che il 31 ottobre mi finirà il contratto, a Natale sarò tra Svezia e Danimarca e l’anno prossimo poi si vedrà, per ora ho rimesso le alucce da viaggiatrice in spiaggia e rispolvero con cura i miei fin troppi sogni, sperando non si infrangano come al solito.

Cheers!

Tirando le somme – Un mese in Scozia con Helpx

Ultima sera in ostello. Domattina riconsegneremo la chiave della camera e poi via in tram, alla volta dell’aeroporto.

Questi tre giorni e mezzo a Edimburgo sono volati, letteralmente. Per la maggior parte del tempo abbiamo camminato e camminato, senza sosta, visitando il visitabile e girando come trottole nei vicoli della città, infilandoci in strade meno frequentate e perdendoci su e giù per le miriadi di scale che costellano la città vecchia.

Abbiamo visto vari musei, tra cui la national gallery scozzese (piena zeppa di quadri italiani), il museo degli scrittori, dedicato ai tre scrittori più importanti della letteratura scozzese (Sir Walter Scott, Robert Burns e Robert Louis Stevenson), il National museum, dedicato principalmente a scienze e sociologia, l’orto botanico reale, che mi ha deluso per lo stato in cui versavano alcune piante (un gran caos, molti alberi affetti da malattie, moltissime piante secche o tagliate via di netto), e infine il Surgeons’ hall museum, una vera chicca, non per stomaci deboli, con due piani dedicati soltanto a vasetti pieni di organi umani e formalina, affetti dalle più svariate patologie.

Ho scoperto tardi che esiste una specie di museo degli insetti, poco fuori da Edimburgo. Sarà una scusa per tornarci.

Devo dire con rammarico che la Scozia non mi ha entusiasmata come pensavo avrebbe fatto.

L’ho sempre considerata una delle mie mete del cuore, ma non è scattata alcuna scintilla. Desideravo la Scozia come molti desiderano l’America, avevo un vero e proprio “sogno britannico”, che continua ad esserci sotto sotto, ma per ora non è stato soddisfatto. Forse c’entra anche l’ombra della brexit che dà a tutto questa sfumatura di incertezza e non mi fa più considerare il Regno Unito come “casa” (sono un’inguaribile europeista), o forse è perché Edimburgo condivide la malinconia e la decadenza di tutte le grandi città, con i suoi difetti e l’incuria che non pensavo di trovare anche qui. Devo dire che Drumnadrochit e Inverness un po’ mi mancano, ma è un senso di mancanza dettato dall’abitudine che iniziava a crearsi, forse, dalle giornate semplici scandite da lavoro e riposo, dalla natura che ci circondava. Non dall’aver trovato “il mio posto”. So che non è qui.

Edimburgo e Drumnadrochit sono diversissime tra loro, in ogni caso. Siamo passate dalla vita lenta del villaggio sui monti, alla frenesia familiare cittadina, cosa a cui sono ben più abituata. Non è quindi una diversa situazione di vita ad avermi lasciata non totalmente convinta, è qualcosa che non so spiegare. Lo scoprirò durante i quattro mesi che passeremo nelle Highlands da giugno, immagino. Di certo non mi aspettavo di arrivare alla fine di questa avventura con un nuovo biglietto di andata già prenotato per maggio, tra due mesi esatti, per ritornare lì a lavorare. Questa è davvero la novità di tutto il viaggio. Spero questo mi porti nuova esperienza da usare in futuro, e magari un po’ più di chiarezza con me stessa…

E lasciando un’incertezza qui, domani volerò in altre incertezze in terra madre, tra la tesi bloccata su un binario morto perché non riesco a scriverla, il non sapere cosa farò della mia vita e tante altre piccole cose che insieme diventano grandi preoccupazioni. L’unica cosa che so per certo è che voglio essere autonoma, non costituire più un peso per i miei genitori e vivere da sola, o convivere, chissà, in ogni caso comunque cominciare la mia vita da adulta. Ho bisogno di questo, di iniziare a pensare a me stessa come persona a sé stante e indipendente, e anche di trovare un posto nel mondo da chiamare casa, magari. Ma questo verrà poi, ogni cosa a suo tempo.

Ora mi infilo a letto, tra dodici ore c’è il check out e tra 24 sarò già in Toscana, di nuovo.

Cheers!

Ultimi giorni nelle Highlands

Qualche giorno fa, l’equinozio di primavera ci ha regalato una giornata splendida, con il cielo limpido e di un azzurro intenso e l’aria fresca ma non gelida, senza il vento che solitamente ci sferza il viso quando siamo all’aria aperta.

Ne abbiamo approfittato per fare un’ulteriore esplorazione nei dintorni, addentrandoci per un sentiero strettissimo tra alberi e campi, e poi per un’impervia salita che pareva non terminare più. Quando il percorso sembrava ormai concluso, un’ora dopo essere partite, ci attendeva l’ultimo tratto, ancora più ripido: una camminata di 300 m lungo uno strettissimo passaggio, che si affacciava impietosamente sul pendio scosceso della collina.

Il paesaggio alla fine del percorso ripaga di ogni fatica: le cascate di Divach scrosciano con fragore tra le stalattiti di ghiaccio, ancora perfettamente solide e con nessuna intenzione di sciogliersi, pare. Nonostante il sole battesse, anche troppo intenso, il ghiaccio era lì, immutato, come il letto di neve alla base della cascata, dove l’acqua si incanalava poi in uno dei tanti fiumi che sfociano in Loch Ness.

Pensavamo fosse l’ultima vera gita fuori porta dei giorni che ci rimanevano a Drumnadrochit, ma stamattina Charlotte e Theresa ci hanno accompagnate ad un’ora d’auto, a visitare l’enorme Centro per la fauna selvatica delle Highland, un parco naturale, con un’area stile safari, dove abbiamo passato mattinata e primo pomeriggio. Oggi il clima è stato meno clemente, con nuvole plumbee ed un freddo intenso.

Non so quante volte mi sono innamorata nel giro di quattro ore: panda rossi, linci, tigri, gufi e macachi, tanti altri animali bellissimi. C’era anche un’area con i lupi grigi europei, ma purtroppo non abbiamo fatto in tempo a vederla. In verità eravamo andate lì prima di tutto per vedere l’ultimo arrivato, un cucciolo d’orso polare nato da qualche mese, il primo in 25 anni qui in UK. “Purtroppo” mamma e cucciolo avevano già fatto la loro passeggiatina in mattinata, molto presto, e quando siamo arrivate erano già rientrati nel loro riparo a riposare.

Ho passato tutta la visita con gli occhi a cuore, l’animo di una bambina estremamente felice. Mi sentivo “al mio posto”, non c’è nulla da fare. Questo amore per la natura e gli animali che nutro è una delle motivazioni che mi sta spingendo a scegliere una laurea magistrale come biologia, o scienze naturali. Non mi importa, francamente, di selezionare una strada che mi spinga verso un lavoro sicuro o remunerato. Voglio studiare per me stessa e per fare qualcosa nella vita che mi faccia pensare “ne vale la pena”. Qualcosa che mi faccia svegliare la mattina con la voglia di alzarmi dal letto e sporcarmi le mani, fare cose, essere viva e felice.

Comunque, a parte i soliti vaneggiamenti e flussi di coscienza, ora siamo in camera, con un po’ di magone. C’è la valigia da rifare e la stanza da sistemare, domattina ci aspetta l’autobus per Edimburgo!

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Sbagliata.

Era perché sembravo un ragazzino, coi capelli corti, il cappello calato fino alla fronte, il corpo nascosto in un giubbotto lungo.

Era perché non mi vestivo alla moda, coi miei pantaloni di velluto a costine, le scarpe sciape, le camicie abbottonate fino all’ultimo bottone, la cravatta ispirata ai college inglesi. Poi sono stati i vestiti neri, le borchie, le maglie con i nomi delle band e gli anfibi.

Erano i libri nascosti nello zaino e tirati fuori durante ogni pausa, ogni cambio d’ora, ogni intervallo.

Era poi perché ero troppo esuberante, troppo allegra, troppo agitata, mai ferma, a volte era perché per non essere schiacciata schiacciavo io, ero selvatica, ero cattiva, ero violenta.

Era perché non ero abbastanza maliziosa, abbastanza spigliata, abbastanza formosa e insieme magra. Era perché non mi truccavo, non mi pettinavo i capelli da vamp, non mi sentivo a mio agio con l’ombelico scoperto. Era poi perché troppo timida, troppo dolce, troppo ingenua, troppo silenziosa, troppo imbranata, fuori dal mondo.

In effetti era perché ero uno stereotipo vivente, di quelli proprio da film, la secchiona dolce e imbranata, l’amica che non si fila nessuno, la timida da prendere in giro. Era questo finché non mi agitavo, finché non mi ribellavo, perché poi era perché ero invece un animale indomabile e ormai perso nella foresta, senza più briglie.

Era perché ero femmina, e quell’anno in quella scuola ancora non le accettavano, sarei stata ultima dietro l’ultimo dei maschi, anche col punteggio migliore.

Era perché non andava bene essere troppo brava, ma poi non andava bene neanche essere distratta, avere voti più bassi, passare un anno un po’ così e recuperarlo alla fine.

Era perché ero insicura, ancora troppo timida, ero la scusa buona per non andare alle serate, la mia ragazza non vuole, la mia ragazza è gelosa, che palle la mia ragazza. Ero il porto sicuro quando la nave voleva rientrare in baia, nella certezza di pigri pomeriggi trascorsi sul letto a far nulla, o seduto su una poltrona, tanto ero lì, ignorata ma c’ero, sicuramente ci sarei rimasta.

Era poi perché prendevo troppo a cuore le cose, le cause, le situazioni. Mi infervoravo troppo, ci mettevo tutta me stessa e sbagliavo sempre, e poi uscire dal pantano delle convinzioni e cambiare idea diventava difficile, e dal pantano si allungavano braccia fameliche per riportarti giù, con loro, o punirti del tradimento.

Era perché non ero abbastanza magra, abbastanza triste, abbastanza ansiosa, abbastanza fuori di testa perché qualcosa fosse davvero rotto. Era perché poi avevo tutto, cosa mi lamentavo a fare, cosa soffrivo a fare, cosa mortificavo a fare un povero corpo inutilmente, solo per attirare l’attenzione?

Era perché troppo volubile, troppo banderuola al vento, cambiare idea come cambiano i giorni, come un temporale estivo, che viene, furioso, e poco dopo c’è già il sole.

Era perché poi iniziavo a pensare, a non essere più così tanto silenziosa nell’accettare quello che non mi andava, era perché non mi stava più bene essere un soprammobile. Era perché iniziavo a conoscermi e questo era un pericolo.

Era perché arrivo sempre tardi, o sempre troppo presto, quando le cose ancora non si possono fare, oppure ormai sono già passate, e le ho perse in entrambi i casi.

Era perché questo non si dice, questo non sta bene, non essere troppo femminista, non essere troppo interessata, non uscire dal tracciato, non farti vedere, non farti sentire, stai al tuo posto, sii normale.

Era perché troppo anticonformista, poi troppo conformata all’essere diversa a tutti i costi, era per tutte le aspettative che avevo sulle spalle e poi è diventato l’essere totalmente anonima e mediocre, invisibile, un’altra esistenza uguale ad altre milioni, inutile.

Era per i troppi sogni e per i pochi risultati.

E poi era perché quando le cose le avevo lasciate andare, nel calderone dei ricordi, improvvisamente diventavano normali, accettabili e a quel punto ero fuori tempo, in contrasto, fuori posto.

È perché non vado mai bene, al mondo, a me stessa.

Perché ci sono così tante cose dentro questo piccolo involucro di carne e pelle che a volte la testa mi sembra stia per esplodere. Perché mi fa male il petto, mi si stringe la gola, vorrei vomitare fuori tutto, ma non so neanche io cosa sia questo tutto.

L’inquietudine, l’angoscia, la sofferenza senza ragione. Cosa sono, perché ci sono?

Cosa sono, io, alla fine di tutto?

Cosa rimarrebbe di me, se ogni scheggia si staccasse dal cuore e scivolasse via come sabbia tra le dita, se ogni filo nel cervello venisse sciolto dal groviglio e riavvolto ordinatamente?

Cosa c’è, oltre tutto questo casino, di me?

Oltre tutti questi sbagli.

Battaglie rovinose e boschi impervi

Sedici giorni ancora, prima di riprendere l’aereo che ci riporterà in Italia.

Ne sono già trascorsi venti, tra camere da rifare, pomeriggi pigri nella stanza o in giro per il villaggio e i suoi dintorni, giorni liberi ad esplorare Inverness, il tempo scandito da colazione, pranzo e cena che Charlotte prepara per noi (non possiamo assolutamente utilizzare la cucina).

Ieri abbiamo preso un po’ di coraggio e, oltre a comprare qualche cosa da mangiare per merenda da tenere nel frigorifero del Lodge, abbiamo anche iniziato ad usare il bollitore elettrico per farci il tè, senza dover andare per forza nella casa principale. Sembra una cosa stupida, lo so, ma la cucina nuovissima e immacolata incuteva quasi timore e non eravamo troppo sicure di poterlo fare. Di certo non useremo fornelli o forni.

Questo per ora, a maggio chissà.

Infatti, a fine maggio partiremo di nuovo per tornare qui. I biglietti aerei sono già prenotati. Ci aspettano quattro mesi di ulteriore lavoro qui, nel b&b, in cambio di vitto e alloggio, più un lavoro part time nel fish&chips van di uno dei ristoranti del villaggio, questo decisamente ben pagato. Sarà un ottimo modo per mettere soldini da parte e riflettere su cosa fare nel futuro.

Intanto iniziamo a conoscere meglio Drumnadrochit e ciò che la circonda.

Settimana scorsa Charlotte ci ha accompagnate al campo di battaglia di Culloden, dove si scontrarono Giacobiti e truppe britanniche nel 1746. Una battaglia durata appena un’oretta, conclusasi con la totale disfatta dell’esercito messo in piedi dal giovane principe Charles Edward Stuart ed il trionfo del duca di Cumberland, passato alla storia per le sue imprese in battaglia come “Billy il macellaio”. Prima di giungere sul vero e proprio campo della battaglia si può visitare il museo dedicato alla storia dei giacobiti e del pretendente al trono, nipote dell’ultimo re cattolico della Gran Bretagna, James II Stuart, e figlio primogenito dell’esiliato James, cacciato dalla sorella dopo il suo insediamento sul trono come Mary II Stuart, regina di Inghilterra e Irlanda.

La mostra è interessante, perché nell’attraversare i corridoi troviamo sulla destra la storia dei giacobiti e sulla sinistra quella del regno britannico, fino a giungere alla battaglia finale di Culloden, mostrata come cortometraggio in una piccola stanza quadrata, su ogni parete. Ci siamo sedute nel centro della stanza, osservando intorno a noi cannoni e moschetti esplodere i loro colpi e la sconfitta disastrosa dell’esercito giacobita. È un’esperienza abbastanza intensa, è angosciante osservare tutti quegli uomini in campo cadere sotto i colpi avversari e ritirarsi poi in una fuga rovinosa, inseguiti dalla cavalleria avversaria.

Abbiamo anche avuto la fortuna di beccare una spiegazione interessante sui subdoli metodi di reclutamento dell’esercito britannico e su come erano armati e vestiti i due diversi reggimenti coinvolti, dalle famose giubbe rosse al tweed scozzese (sebbene sul versante giacobita fossero presenti non solo scozzesi, ma sostenitori di James provenienti da ogni parte della Gran Bretagna e dalla Francia).

Il campo di battaglia è immenso. Un’infinita distesa di terra ricoperta di piccoli cespugli incolti, fango e pietre. È possibile osservare bandiere rosse nel punto dov’erano posizionati i soldati britannici, e bandiere blu sul versante giacobita. Alla fine del percorso, si attraversa anche la zona delle tombe dei combattenti giacobiti, fosse comuni dove furono sepolti i caduti in battaglia, indicate da lapidi coi nomi dei clan e degli altri alleati. Non si sa bene dove siano seppelliti gli appartenenti all’esercito reale.

Dopo la lunga passeggiata siamo tornate a Inverness, dove ci siamo concesse un pranzo in un tipicissimo (e a quanto pare molto antico) pub scozzese, e infine siamo rientrate a Drum con l’ultimo autobus.

Ieri invece abbiamo affrontato una lunga camminata (o per meglio dire, escursione) nei boschi di Craigmonie. Abbiamo scelto il percorso che si inerpicava sui monti fino al Milton viewpoint, dove si godeva di una prospettiva diversa sul minuscolo accrocco di case che è Milton e si poteva leggere una piccola spiegazione sulla sua storia.

La prima parte del sentiero sterrato si dipana tra sequoie gigantesche ricoperte di licheni e vecchi alberi caduti, logorati da muschi e funghi saprofiti. Le salite sono molto ripide e, dopo un’intera giornata di pioggerella, fangose. Seguendo le indicazioni per il Milton viewpoint si procede per la via meno scoscesa, ma più lunga, che piano piano si trasforma in un bosco di betulle sottili e alte. Gli alberi cigolavano paurosamente, colpiti dal vento, e anche qui se ne trovano molti caduti lungo la strada. Ad un certo punto abbiamo incrociato un picchio, nascosto tra i rami più alti, che batteva instancabile contro il tronco.

La foresta era estremamente silenziosa e al contempo chiassosissima, tra i canti di uccelli vari e il fischio incessante del vento. La pioggia leggera a volte riusciva a raggiungerci, passando tra le chiome degli alberi. Il grigiore del cielo si rifletteva nella penombra costante che ci ha accompagnate, in un infinito mare di sfumature verdi, marroni e arancioni, senza variazione alcuna.

Devo ammettere che una parte di me è rimasta quasi delusa dalla passeggiata, speravo in una natura più viva, vivida e variegata, ma è anche vero che l’inverno non è ancora finito.

Dopo un’ora e venti abbiamo raggiunto nuovamente il punto d’inizio del percorso circolare e ci siamo avviate verso il piccolo supermercato, e poi casa, stanchissime ma soddisfatte.

Oggi è una giornata pigra, invece. Stamattina solo una camera da rifare, poi del tempo per noi stesse qui nel Lodge.

Devo mettermi più di testa a scrivere la tesi, perché sono un paio di notti che non riesco a prender sonno, col cuore in gola, per l’ansia. Ma sono bloccata, non riesco ad andare avanti e mi distraggo troppo facilmente.

Mi chiedo come faccia ad essere così convinta di voler fare la specialistica, se ancora non ho neanche finito di scontare l’angoscia costante della triennale. Vedremo, vedremo dove mi porteranno gli eventi. Magari alla fine capirò cosa voglio fare della mia vita.

Per adesso mi osservo intorno.

Alla prossima!

 

La prima settimana in Scozia

È passata la prima settimana qui in Scozia. Dopo un viaggio in autobus lunghissimo attraverso tutta la Gran Bretagna, siamo arrivate con il sole, che continua a resistere imperterrito nel cielo delle Highlands, con qualche nevicata sporadica, giusto in tempo per togliersi lo sfizio di fotografare il manto bianco che ricopre ogni superficie.

Il freddo comunque si fa sentire, pungente e implacabile. Certo, dopo un po’ inizi a farci anche l’abitudine, con la punta del naso e delle dita che formicolano e diventano insensibili mentre il vento ti scuote.

Stamattina, mentre sistemavo la camera che mi spettava, ho gettato distrattamente uno sguardo alle vetrate del salottino ed un turbinio incessante di neve sferzava la casetta, ma non ne è rimasta traccia al suolo.

I giorni procedono tranquilli, il lavoro alla fin fine è semplice e in qualche modo rilassante. Rigoverniamo le stanze, cambiamo le lenzuola, puliamo i bagni e infine passiamo aspirapolvere e straccio nelle aree comuni. Un paio d’ore ed è tutto fatto. Non pensavo avrei potuto trovare piacevole un lavoro del genere, e invece non è affatto male.

Il pomeriggio lo abbiamo sempre libero e finora lo abbiamo usato per esplorare i dintorni, spingendoci attraverso Drumnadrochit (il villaggio dove si trova il b&b) fino al castello di Urquhart, sulle sponde di Loch Ness, e poi nella direzione opposta attraverso un agglomerato di case troppo piccolo per essere definito anche villaggio, Milton. È così minuscolo che le strade non hanno un nome, ma ogni cottage ha il proprio. Immagino che i postini si orientino così.

Lunedì siamo state ad Inverness, nel nostro giorno libero. Una città imponente, tra il moderno e l’antico, attraversata dal fiume Ness come da un nastro liquido, che scorre impetuosamente fino a raggiungere il Mare del Nord. Sulle sue sponde ci sono la cattedrale di St. Andrew e il castello, due edifici imponenti che si affacciano l’uno verso l’altro e definiscono le diverse parti della città. Sullo sfondo, le montagne innevate.

Ci sono tante chiese e due cimiteri, a Inverness. Li abbiamo visitati, fermandoci a leggere le date sulle tombe. Molte risalivano alla prima e seconda guerra mondiale, tra soldati e vittime civili. Ci ha lasciato un po’ scosse pensare a tutte le morti che queste due guerre hanno lasciato dietro di sé. Ad alleviare la pesantezza della situazione ci ha pensato un coniglietto marrone che brucava imperterrito nel prato del cimitero, tranquillo e beato.

Inverness ci ha regalato anche l’esplorazione di diverse librerie, e tre libri a testa ad appesantire gli zaini. Prima abbiamo beccato questa specie di discount della cartoleria, e davanti all’offerta 3 per 5£ non abbiamo resistito. Leggere in inglese dovrebbe essere un ottimo esercizio per migliorare con la lingua, soprattutto se voglio ricominciare a scrivere seriamente.

Poi abbiamo trovato Waterstones, la cattedrale della letteratura. Scaffali tirati a lucido, profumo di carta appena stampata, migliaia di titoli separati in tantissime categorie, cancelleria, manuali, agendine. Il paradiso della curiosità. “Per fortuna” i prezzi erano troppo alti per le nostre tasche da poracce e siamo uscite a mani vuote.

Abbiamo recuperato nell’ultima libreria visitata, che invece odorava di carta ingiallita, polvere e inchiostro, disordinatamente bellissima, con pile di libri fino al soffitto, ordinati senza un ordine preciso, ed un caminetto al centro del salone. Era quasi ora di andare, quindi ci siamo limitate a prendere la mappa della zona, scovata in mezzo a tutte le altre dopo una ricerca minuziosa e che pareva impossibile.

A pranzo in realtà abbiamo avuto una seconda colazione, l’immancabile full breakfast scozzese con uova, bacon, pomodori, fagioli e black pudding, innaffiati da abbondante tè al latte.

Solitamente ai pranzi non dobbiamo comunque pensarci noi, né alle cene. Siamo caldamente invitate a non cucinare per noi stesse, ma ci viene preparato da mangiare e badiamo solo ad apparecchiare e sparecchiare alla fine, sistemando i piatti nella lavastoviglie.

Per i primi giorni siamo state con Irene e Pam, due amiche della proprietaria arrivate da altre città per badare al b&b (e a noi) in sua assenza. Due arzille signore di mezza età, Pam assolutamente avventurosa ed eclettica, Irene la nonna che tutti vorrebbero, un po’ in bilico sulle gambe da stambecco ma irrefrenabile. Ci ha rimpinzate e coccolate come fossimo le sue nipoti e già si sente la sua mancanza.

Poi ci sono anche Sophie e Ricky, i due cagnolini che vivono qui, che fortunatamente ci han prese in simpatia e si fanno riempire di coccole e portare a spasso (non troppo, fa freddo).

Mentre eravamo a Inverness è rientrata anche Charlotte, la proprietaria. Avevo un po’ timore, in sincerità, perché l’unica recensione su Helpx dell’host è negativa, e su vari siti alberghieri il b&b presenta o recensioni positivissime, o negativissime.

E invece è una persona squisita! È vero, è estremamente diretta e non le manda a dire, ma finora ci si sta trovando benissimo ed è generosa e gentile. Infatti ieri alla fine, dato che non c’erano ospiti né camere da sistemare, siamo andate in gita con lei e Irene fino a Fort George, un reggimento dell’esercito britannico affacciato sulla costa del Mare del Nord. È attualmente attivo e ci sono soldati, però è possibile visitarne alcune parti e conoscerne la storia, che risale alla ribellione dei giacobiti.

Il museo degli Highlinders all’interno mostra praticamente solo collezioni militari e storia delle guerre, però è un posto interessante. Molto più interessante però è stata la gita ad un caseificio sulla via del ritorno! Ci siamo fermate lì a pranzare e ci hanno rimpinzate di formaggi d’ogni tipo, freschi o stagionati, di loro produzione. L’idea che hanno avuto è estremamente carina: all’interno della struttura, una vetrata separa la zona di produzione da un piccolissimo bistrot dove è possibile mangiare e sorseggiare una bevanda calda, osservando la produzione del formaggio.

Prima di andare via Irene ci ha regalato un sacchetto a testa di Scottish tablets, dei dolcetti a base di burro, vaniglia e zucchero… Ne ho assaggiato uno, sono una bomba, in ogni senso!

E quindi arriviamo ad oggi, quasi a fine giornata. Domani ci attendono più stanze del solito perché inizia ad aumentare l’afflusso di gente, ma va bene così, per adesso l’esperienza è tranquilla e interessante.

Di ciò che potrebbe venir dopo ve ne parlerò la prossima volta, perché abbiamo una proposta di lavoro in ballo…

Xyleena

(Di nuovo) UK: direzione Scozia.

Ed eccoci qui, a Gatwick, in attesa dell’autobus che ci porterà in Scozia.

Ci aspettano poco meno di 16 ore di viaggio e poi incontreremo le nostre host a Inverness.

Questa volta sono molto meno “fremente” rispetto al viaggio di agosto, non so perché.

Sarà che ho preso una signora influenza che mi ha lasciata totalmente stordita e mi ha fatto passare la notte in bianco, o forse che tutto lo stress per l’ultimo esame ha esaurito le mie energie mentali e ora devo ricaricarmi un po’ prima di tornare attiva. Magari la natura scozzese mi aiuterà in questo, così come vedere un posto nuovo e sicuramente diverso da ciò a cui sono abituata.

Per ora ci stiamo ambientando benissimo, comunque. Abbiamo preso un bel tè caldo da Costa, che è stato un sollievo per la mia gola infiammata, e abbiamo fatto merenda con beef jerky e mini pork pies.

Devo dire che dal non digerire per la troppa ansia la focaccia mangiata prima del volo, all’assaggiare queste cose buonissime ma decisamente inusuali, sono passi avanti.

Spero il viaggio notturno vada bene e di riuscire a dormire, domani si comincerà a lavorare e capiremo come muoverci nel b&b e quali saranno i nostri compiti. Non vedo già l’ora in realtà di arrivare ai giorni liberi per esplorare la zona, vedere Loch Ness e provare a salire sulle colline circostanti. Intanto la macchina fotografica è carica e al mio fianco, per iniziare a scattare dal momento in cui incontreremo l’alba sulla nostra strada.

Alla prossima!

Xyleena